Come calcolare il trattamento di fine rapporto (TFR)

Di Team editoriale di Indeed

15 giugno 2022

Se stai per terminare il tuo rapporto di lavoro hai diritto per legge al trattamento di fine rapporto, la cosiddetta liquidazione. È una somma di denaro, più o meno ingente, che il tuo datore di lavoro deve corrisponderti per legge nel momento in cui il rapporto di lavoro cessa. In questo articolo ti spieghiamo cos'è il trattamento di fine rapporto, come si calcola e a chi spetta.

Trattamento di fine rapporto: definizione, normativa vigente, tassazione

Il trattamento di fine rapporto, altresì detto liquidazione o “buonuscita”, è una sorta di stipendio differito nel tempo, disciplinato dall'art. 2120 del Codice Civile (Libro V, dove sono incluse tutte le disposizioni relative al lavoro). Ogni dipendente ha diritto a percepire questa somma di denaro al termine di ogni rapporto di lavoro, sia nel settore pubblico sia nel settore privato, e qualsiasi siano le cause che ne hanno determinato la cessazione (licenziamento, dimissioni volontarie, raggiungimento dell'età pensionabile). Si tratta dunque di un credito, variabile in base alla retribuzione annua, che il lavoratore ha nei confronti dell'azienda: è compito del datore di lavoro accantonare questa somma di denaro per poi restituirla al lavoratore al cessare del rapporto. In caso di decesso del lavoratore prima di aver potuto godere del TFR, l'art. 2122 del Codice Civile prevede che la somma sia corrisposta al coniuge, ai figli o a eventuali parenti che vivessero a carico (fino al terzo grado di parentela).

Il TFR è composto da due parti, accantonate in momenti differenti:

  • la quota capitale, la somma che il datore di lavoro deve corrispondere al lavoratore;

  • la quota finanziaria, ossia un incremento della quota capitale, calcolato in base alla rivalutazione del costo della vita dall'Istituto Nazionale di Statistica su base annua.

Dalla somma derivante da queste due quote vanno comunque detratte le tasse spettanti. Poiché la somma viene corrisposta dopo tempo, il legislatore ha però previsto che il TFR sia soggetto a una tassazione agevolata.

La tassazione del trattamento di fine rapporto

La tassazione del trattamento di fine rapporto è una materia un po' ostica che ha diviso perfino i legislatori ed è stata rivista più volte. Tra gli interventi normativi citiamo in particolare:

  • il Decreto Legislativo n. 47 del 18 febbraio 2000, che segna una sorta di spartiacque per la tassazione del TFR: l'art. 11 stabilisce che vengano escluse le rivalutazioni del TFR dall'imponibile. Quindi, a partire dal 2001 è nata una distinzione nella tassazione tra la quota accantonata del TFR e la quota derivante dalla rivalutazione.

  • il Testo Unico delle Imposte sui Redditi(TUIR), che sancisce la tassazione separata del TFR, occupandosi specificatamente della materia nell'art. 17, in vigore dal 1° gennaio 2017, e nell'art. 19, in vigore dal 4 luglio 2006.

Attualmente la normativa prevede che per rivalutazioni TFR con decorrenza dal 01 gennaio 2015 l'imposta sostitutiva sia del 17% e vada pagata dal datore di lavoro con un sistema di acconti e saldo.

Sulla quota accantonata derivante dal reddito va detratta l'aliquota IRPEF, l'imposta sul reddito delle persone fisiche, calcolata a seconda degli scaglioni di reddito introdotti a partire dal gennaio 2017. Attualmente le aliquote IRPEF per scaglioni di reddito sono le seguenti:

  • Redditi fino a 15.000 €: aliquota IRPEF al 23%;

  • Redditi oltre 15.000 € e fino a 28.000 €: aliquota IRPEF al 27%;

  • Redditi oltre 28.000 € e fino a 55.000 €: aliquota IRPEF al 38%;

  • Redditi oltre 55.000 € e fino a 75.000 €: aliquota IRPEF al 41%;

  • Redditi oltre 75.000 €: aliquota IRPEF al 43%.

Sulla base imponibile totale del TFR si calcola però l'aliquota media che è stata applicata al lavoratore negli ultimi cinque anni. Se il trattamento di fine rapporto si basa su un reddito non superiore a 30.000 € o per un rapporto di lavoro inferiore ai 2 anni, sono previste delle detrazioni.

Andiamo a vedere nello specifico come si calcola il TFR e come viene eseguita la rivalutazione della somma accantonata anno dopo anno.

Come si calcola il trattamento di fine rapporto

Il trattamento di fine rapporto si calcola sommando per ogni anno lavorato la retribuzione annuale dovuta e dividendo il tutto per 13,5. In caso di periodi lavorati inferiori all'anno, le frazioni pari o superiori a 15 giorni lavorati valgono come un mese intero. Le modalità di calcolo del TFR sono esplicitate dal comma 2 dell'art. 2120 del Codice Civile, modificato dalla Legge n. 297 del 29 maggio 1982, che stabilisce cosa comprende la retribuzione annua, ossia:

...tutte le somme, compreso l'equivalente delle prestazioni in natura, corrisposte in dipendenza del rapporto di lavoro, a titolo non occasionale e con esclusione di quanto è corrisposto a titolo di rimborso spese.

Ciò significa che per maturare il TFR occorre avere un contratto di lavoro dipendente e non occasionale. Diversamente da quanto accadeva in precedenza, anche le somme erogate in modo ricorrente, ma non facenti espressamente parte della cosiddetta retribuzione base, concorrono a creare il credito annuo del lavoratore. Quindi, nel calcolo del trattamento di fine rapporto, oltre lo stipendio base, sono inclusi:

  • tredicesima e quattordicesima;

  • ore di lavoro straordinario;

  • indennità varie (mensa, trasporti, festività, ferie non godute per cause imputabili al datore di lavoro);

  • compensi extra per lavoro notturno o su turni;

  • premi fedeltà o di anzianità;

  • risarcimenti per licenziamento illegittimo;

  • spese aziendali, come le auto aziendali o le polizze assicurative.

I periodi di malattia, maternità e infortunio sono considerati nel computo dei periodi lavorati, prendendo come riferimento la retribuzione normale a cui si ha diritto in tali periodi. Per quanto riguarda i permessi, sono inclusi nel computo solo se retribuiti.

Al calcolo del TFR maturato annualmente, bisogna aggiungere un incremento in base ai coefficienti di rivalutazione ISTAT, pubblicati di anno in anno. Nel caso specifico del TFR, l'indice di riferimento per calcolare la rivalutazione è il FOI, ovvero l'Indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati al netto dei tabacchi.

La rivalutazione del TFR viene eseguita applicando due tassi differenti:

  • Un tasso fisso pari all'1,50%;

  • Un tasso variabile pari al 75% dell'aumento del FOI rispetto al mese di dicembre dell'anno precedente.

Alla fine di ogni anno entrano nel computo del TFR le somme maturate durante l'anno in questione e, contestualmente, vengono rivalutate le somme relative agli anni precedenti. Si tratta di un meccanismo un po' complesso, ma che consente di “aggiustare il tiro” rispetto all'inflazione. Proviamo a fare un esempio pratico per capire meglio: se hai lavorato tutto l'anno e lavori da diversi anni, il 31 dicembre 2021 entreranno nel computo del tuo TFR le somme che hai maturato nel 2021; nel contempo, sarà fatta la rivalutazione delle somme già maturate negli anni precedenti, fino al dicembre 2020.

Per sapere a quanto ammonta il TFR accumulato puoi consultare la Certificazione Unica o leggere la busta paga.

L'anticipo del trattamento di fine rapporto

Come abbiamo visto, il TFR viene corrisposto alla fine del rapporto lavorativo, ma non sempre è così. Esiste infatti la possibilità di richiedere un anticipo sul trattamento di fine rapporto non superiore al 70% della somma accantonata fino a quel momento (Art. 2120 del Codice Civile). Questa possibilità è prevista dalla normativa "in costanza di rapporto di lavoro", cioè se si lavora presso la stessa azienda da almeno otto anni. L'azienda può soddisfare un certo numero di richieste di questa natura, non superiori al 4% del numero totale di dipendenti.

La richiesta di anticipare una parte del TFR deve però essere giustificata da una necessità comprovata. Ecco le necessità individuate dai legislatori:

  • spese sanitarie per terapie o interventi presso strutture pubbliche;

  • acquisto della prima casa per sé o per i propri figli (è necessario presentare l'atto notarile);

  • sostegno economico durante il periodo di congedo parentale (art. 5 del Decreto Legislativo 26 marzo 2001, n. 151).

La somma viene detratta dal trattamento di fine rapporto e la richiesta può essere presentata una sola volta nel corso del rapporto di lavoro, quindi si consiglia di sfruttare questa possibilità solo se realmente necessario.

Chi corrisponde il trattamento di fine rapporto?

Non sempre è il datore di lavoro a dover corrispondere il TFR. Il lavoratore può scegliere infatti se lasciare il TFR in azienda o aderire alla previdenza complementare. La scelta deve essere effettuata entro i 6 mesi dall'assunzione, in forma scritta. Nel caso in cui il lavoratore non scelga nulla, il datore di lavoro dovrà trasferire il TFR maturato presso il Fondo pensione previsto dal Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro o presso il Fondo al quale hanno aderito la maggior parte dei dipendenti.

La Legge di Stabilità del 2015 aveva altresì previsto in via sperimentale che il TFR potesse essere riscosso mensilmente in busta paga, su libera scelta del lavoratore. In questo caso, la somma del TFR non godeva della tassazione agevolata, ma era tassata in base alle aliquote IRPEF vigenti al momento in cui la somma era percepita. Questa sperimentazione, chiamata Quota integrativa della retribuzione, non ha riscosso molto successo ed è stata abrogata nel 2018, come si legge nella circolare INPS n. 2791.

Lasciare il trattamento di fine rapporto in azienda

Fino al 2006 questa era l'unica possibilità prevista. L'azienda doveva accantonare il TFR per conto dei propri dipendenti e poi corrispondere la somma alla fine del rapporto di lavoro, deducendo le tasse così come abbiamo visto.

Le aziende con più di 50 dipendenti hanno però l'obbligo di versare il TFR dei propri dipendenti presso il Fondo tesoreria dell'INPS. È comunque compito dell'azienda fare richiesta di erogazione del TFR al Fondo, che provvederà a inoltrare il pagamento direttamente al lavoratore.

Destinare il trattamento di fine rapporto alla previdenza complementare

I cosiddetti Fondi Pensione, istituiti dal Decreto Legislativo n. 252 del 5 dicembre 2005, si suddividono in varie tipologie:

  • Fondi pensione negoziali: fondi chiusi, istituiti dai rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro nell'ambito dei CCNL, ai sensi dell'art. 3 del D.Lgs. 252/2005;

  • Fondi pensione aperti: istituiti da banche, assicurazioni, società di gestione del risparmio e società di intermediazione mobiliare, ai sensi dell'art. 12 del D.Lgs. 252/2005;

  • Piani individuali pensionistici (PIP): veri e propri contratti di assicurazione sulla vita stipulati dal lavoratore ai fini previdenziali, regolati in base alle direttive della Commissione di vigilanza sui fondi pensione (COVIP);

  • Fondi pensione preesistenti: ovvero i Fondi collettivi esistenti prima dell'istituzione della previdenza complementare.

È bene ricordare che tutte queste opzioni sono complementari alla previdenza obbligatoria, ma non la sostituiscono. Nel caso in cui il lavoratore scegliesse di destinare il TFR a un Fondo Pensione, al momento di riscuotere la liquidazione potrà scegliere se ottenere la somma dovuta in un'unica soluzione o se percepire una rendita periodica.

Come ottenere il trattamento di fine rapporto se l'azienda fallisce

La legge ha pensato anche a tutelare i lavoratori da un datore di lavoro inadempiente o che abbia dichiarato fallimento. In questi casi, è l'INPS a farsi carico di corrispondere il TFR al lavoratore tramite il Fondo di garanzia per il Trattamento di Fine Rapporto, istituito dalla Legge n. 297 del 29 maggio 1982. Per mantenere in vita tale Fondo, l'INPS richiede un contributo dello 0,20% della retribuzione imponibile, a carico dei datori di lavoro.

Con questo articolo speriamo di averti aiutato a calcolare il trattamento di fine rapporto che ti spetta. Tuttavia, come avrai notato i calcoli sono complessi e possono variare in base alla tua situazione contributiva. Per questo motivo, se vuoi verificare quanto ti spetta come trattamento di fine rapporto, ti suggeriamo di richiedere assistenza al tuo commercialista o di rivolgerti a un patronato che potrà rispondere a ogni tuo dubbio.

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