A cosa serve l’outplacement e perché diventa sempre più importante

By Indeed Editorial Team

Sembrano lontani i tempi in cui un'azienda e i suoi dipendenti interagivano solo durante il rapporto di collaborazione. Oggi la relazione fra queste due parti si svolge lungo un arco temporale più esteso, che include sia il periodo antecedente all'assunzione e alla piena operatività, sia il momento contestuale o immediatamente successivo alla sua cessazione.

Ma se del "prima", cioè delle fasi di talent attraction, recruiting e onboarding, si parla molto, il tema del "dopo", cioè l'outplacement, è meno esplorato e probabilmente anche meno comprensibile a un primo sguardo. Vediamo quindi in che consiste esattamente l'outplacement, in cosa può dimostrarsi utile per un'azienda e quali sono le principali novità e tendenze che lo riguardano.    

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Ricollocazione individuale e collettiva

Iniziamo dando qualche definizione. Per outplacement si intende l'attività di ricollocazione del lavoratore nel mercato del lavoro quando quest'ultimo è in uscita da un'azienda. In questo tipo di servizio, un ruolo centrale è svolto dall'azienda stessa che, ricorrendo ad apposite società di consulenza, si impegna ad accompagnare l'ex dipendente in un percorso che ne faciliti una nuova collocazione altrove.

Qualora si sia in presenza di un certo numero di dipendenti in uscita (normalmente da dieci in su), si parla di outplacement collettivo.

Ecco alcune delle principali attività comprese nei servizi di outplacement:

  • Career coaching, per orientare il lavoratore aiutandolo a trovare e comunicare i punti di forza del proprio profilo professionale.
  • Supporto psicologico per i dipendenti in uscita ma anche per il personale che resta in azienda.
  • Attività varie di supporto alla ricerca del lavoro attraverso database, agenzie, professionisti, eccetera.

Una questione di stile e di reputazione

Ma perché un'azienda dovrebbe occuparsi a proprie spese del futuro degli ex dipendenti? La domanda è più che legittima. Come vedremo, le argomentazioni a favore dell'outplacement sono varie e tutte valide.

La prima ha a che fare con l'etica. I motivi che portano un'azienda a separarsi da un lavoratore possono essere di diversa natura, ma parecchie volte si tratta di scelte dolorose effettuate per cause di forza maggiore. In questi casi, accompagnare l'ex dipendente verso un futuro lavorativo il più possibile roseo è, se non proprio un obbligo morale, sicuramente una forma di correttezza e di rispetto.

Inoltre, i servizi di outplacement portano anche diversi vantaggi concreti alle aziende che li mettono in atto. Molti di questi vantaggi hanno a che fare con l'employer branding dell'azienda e quindi anche con la talent attraction e l'employee retention. L'azienda, dimostrando di prendersi cura dei propri dipendenti, sia quelli in uscita sia quelli che restano, migliora la propria reputazione presso gli stessi dipendenti, nei confronti dei talenti che potrebbero voler entrare a far parte dell'impresa e più in generale nei confronti dei partner e dei clienti.

Particolarmente importanti le ricadute nei confronti dei dipendenti che restano. Alcuni studi citati dalla Harvard Business Review(1) affermano che ridimensionare una forza lavoro dell'1% porta a un aumento del 31% del turnover volontario l'anno successivo. Inoltre, dopo un licenziamento, i dipendenti rimasti hanno registrato un calo del 41% della soddisfazione lavorativa, del 36% dell'impegno organizzativo e del 20% delle prestazioni lavorative.

Risparmio di tempo e di denaro

Altri vantaggi per le aziende derivano direttamente dalla relazione con il dipendente o con i dipendenti in uscita. Secondo l'AISO – Associazione Italiana Società di Outplacement, l'outplacement individuale può innanzitutto valere come benefit extra al "pacchetto d'uscita", rappresentando così un'alternativa ai costi monetari negli accordi di separazione.

In più, la soluzione di outplacement consente all'azienda di evitare la cosiddetta "area di parcheggio" (cioè lasciare il dipendente in una situazione di scarsa operatività o affidargli compiti poco strategici), sempre costosa e nociva all'immagine aziendale, oltre che esposta al rischio di sfociare nel mobbing.

Infine, lasciarsi in buoni rapporti con un dipendente è sempre una buona idea perché non si può escludere, in futuro, di avere nuovamente bisogno delle sue competenze.

Ulteriori vantaggi vanno poi considerati nel caso di outplacement collettivo. Ricorrendo a questo strumento, l'azienda dimostra un comportamento socialmente responsabile, con ricadute positive sul clima aziendale e sul contesto sociale. Inoltre, può definire su basi propositive l'accordo sindacale e le richieste di CIGS (Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria) e mobilità. E ancora, può ridurre i costi per il contributo per i lavoratori in mobilità, risparmiare tempi e costi del contenzioso legale connesso alle procedure di licenziamento, e coniugare certezza dei tempi e diminuzione dei costi relativi all'uscita dei lavoratori.

Novità e tendenze

Il mercato del lavoro è sempre più fluido. Cambiare occupazione non è più una circostanza eccezionale, ma un'eventualità che più o meno tutti si sono abituati a considerare possibile, se non addirittura probabile. Per esempio, secondo Giulio Bertazzoli, managing partner di una società di outplacement, una delle novità dell'ultimo periodo è legata da un lato alla voglia di mettersi in gioco degli over 50, e dall'altro al fatto che oggi per vari motivi alle aziende conviene assumere quadri e dirigenti over 50.

Naturalmente, la perdita del lavoro resta sempre un momento traumatico e delicato per tutte le parti coinvolte. Ma il cambiamento è anche un'opportunità di crescita. Secondo Cristiano Pechy, presidente di AISO, lo scenario post Covid ha mostrato chiaramente i settori dinamici e quelli in sofferenza, premiando i talenti che hanno saputo prenderne atto e penalizzando nel lungo periodo molti fra quelli che hanno preferito conservare il proprio posto.

Maggiori opportunità, quindi, ma anche maggiore complessità. Chi si rimette sul mercato oggi si trova di fronte a un'ampia gamma di strade lavorative da intraprendere, ma anche a una serie articolata di strumenti per perseguirle. Si pensi ad esempio alla crescente importanza che nella ricerca del lavoro occupano i social network e tutti gli altri mezzi di personal branding, dai videocurriculum alle presentazioni con Canva. Ecco che usufruire del supporto orientativo dei servizi di outplacement può fare davvero la differenza.

Tutto ciò mostra una certa coerenza con i dati di una ricerca AISO, secondo cui nei primi sei mesi del 2022 il 75% dei candidati che hanno usufruito di servizi di outplacement è passato a un nuovo lavoro con un ruolo uguale o superiore (+2% rispetto ai primi sei mesi del 2021), mentre il 77% dei candidati ha trovato una posizione con un compenso uguale o superiore. La ricerca mostra anche che l'esito positivo di una transizione occupazionale viene accelerato del 90% per coloro che hanno cambiato lavoro attraverso un percorso di outplacement.

Uno strumento su cui investire

Abbiamo quindi visto che l'outplacement può dare alle aziende innanzitutto un beneficio reputazionale spendibile con gli stakeholder e i dipendenti, effettivi e potenziali. Abbiamo poi spiegato in che modo i servizi di outplacement possono rendere più rapida, serena ed economica una fase delicata come quella del distacco da uno o più dipendenti. Infine, abbiamo riscontrato la crescente importanza dell'outplacement nell'attuale mercato del lavoro.

L'outplacement è quindi uno degli strumenti che qualsiasi azienda dovrebbe prendere in considerazione per gestire al meglio le proprie risorse umane e trarne dei vantaggi economici e di reputazione.

(1) https://hbr.org/2018/05/layoffs-that-dont-break-your-company

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