Come il south working può aiutare il Sud e l’Italia a crescere

By Indeed Editorial Team

Nel marzo del 2020, poco prima che l’Italia entrasse in lockdown a causa della pandemia da Covid-19, una fuga di notizie provocò un esodo di massa da Nord verso Sud di lavoratori, studenti, pendolari e fuori sede ansiosi di tornare a casa. Molti di loro, grazie ai cambiamenti innescati dalla pandemia nel mondo del lavoro, al Nord non ci sono più tornati. Se all’inizio il fenomeno ha messo in crisi le aziende, ora viene visto come un’opportunità: il south working, il lavoro dal Sud, diventa una occasione di rilancio non solo per il Meridione, ma per l’intero Paese.

 

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I numeri

Secondo il Sole 24 ore, nel 2018 erano almeno duecentomila i giovani laureati meridionali che, dal 2000, si erano trasferiti nelle regioni più a nord. Questo fenomeno ha comportato, per l’economia del Meridione, una perdita stimata in 30 miliardi di euro, e, di contro, un guadagno per il Nord e le regioni scelte come destinazioni. 

Secondo il rapporto Svimez 2022, nel 2021 il tasso di occupazione giovanile al Sud era del 29,8%, 11 punti in meno rispetto alla media italiana e 26 in meno rispetto a quella europea. Inoltre, secondo Adriano Giannola, Presidente della stessa associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, la crisi energetica e le nuove emergenze sociali scatenate dall’inflazione rischiano di provocare un incremento della povertà nel Sud Italia.

Voglia di crescere

Se i principali indicatori sono ancora sconfortanti, esistono però dei dati che indicano la volontà e il tentativo delle imprese del Sud di superare il gap che le divide dal Nord. 

"Le medie imprese meridionali rappresentano la locomotiva industriale del territorio", ha dichiarato Andrea Prete, Presidente di Unioncamere alla presentazione di "Leader del cambiamento: le medie imprese del Mezzogiorno", uno studio realizzato dall’ufficio studi di Mediobanca, il Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere. "Sono imprese che hanno messo in evidenza una capacità di resilienza non inferiore rispetto a quella nel resto del Paese". 

Secondo il rapporto, che abbiamo visto anche in questo articolo sulla digitalizzazione e industria 4.0, tre medie imprese meridionali su quattro investiranno nel digitale 4.0 entro il 2024 o hanno già iniziato a farlo. Il 76% di loro dice di voler investire nelle tecnologie: una percentuale molto vicina alle imprese di altre zone d'Italia (75%), ma in aumento rispetto al triennio precedente. 

Cosa serve

I segnali ci sono, ma questo non significa dimenticare o sottovalutare le mancanze. A non farlo è certamente l’associazione di promozione sociale South Working, nata durante la pandemia e composta da giovani professionisti, manager, imprenditori e docenti, accomunati dal fatto di essere dovuti emigrare per trovare lavoro.

Affinché al Sud le opportunità lavorative possano crescere, l’associazione sta realizzando una mappatura degli spazi esistenti di coworking o delle varie forme di hub pubbliche e private che potrebbero essere implementate. Per far sì che davvero il lavoro da “dove si vuole” diventi un’opportunità concreta, South Working ritiene fondamentale lo sviluppo di tre tipi di infrastrutture: quella digitale, quelle legate alla mobilità (come collegamenti che consentano di raggiungere aeroporti e stazioni in massimo due ore) e quella che chiamano l’infrastruttura sociale. Uno degli obiettivi, infatti, è migliorare la coesione territoriale e sociale, facendo degli spazi di lavoro condiviso dei "presidi di comunità", che possano servire a rivitalizzare nuove idee e imprese e, soprattutto, i centri spopolati a causa dell’emigrazione. 

La convenienza per le imprese

Lo smart working, di cui il south working è una declinazione, ha costretto le aziende a una vera e propria riorganizzazione. Non sono state poche le resistenze, anche tra i leader. Nel tempo, però, questo cambiamento ha mostrato dei vantaggi anche per i datori di lavoro, come il risparmio delle spese necessarie per mantenere il personale in presenza. Le spese legate agli affitti e i costi immobiliari si sono ridotti, così come i rimborsi spese. Una maggiore soddisfazione dei dipendenti, inoltre, implica una maggiore motivazione e produttività, con conseguente riduzione degli straordinari e dell’assenteismo. 

Tanto che, secondo un’indagine dell’Aidp, l’Associazione Italiana per la Direzione del Personale, l’atteggiamento inizialmente critico delle aziende verso il lavoro da remoto è cambiato, gioco forza anche il mutamento dell’offerta. Il 58% delle imprese italiane, infatti, riferisce di avere difficoltà ad assumere o trattenere i dipendenti se non viene garantito lo smart working, e oltre l’88% ha confermato che dopo il 30 giugno 2022 (data ultima per la procedura semplificata di comunicazione dello smart working nel settore privato) avrebbe continuato a offrire la possibilità di lavorare da remoto, mentre solo l’11% si è detto contrario. Il 75%, inoltre, ha dichiarato di non aver intenzione di avvalersi di applicativi per il controllo del lavoro da remoto.

Un'occasione da cogliere

Insomma, i cambiamenti profondi scatenati dal Covid-19 stanno assumendo una connotazione sempre più chiara e definita: è stato così per lo smart working e lo sarà probabilmente anche per il south working. Come sempre, per le novità e le grandi trasformazioni serve tempo, ma per i leader è importante capire in che direzione si sta andando, in modo da riuscire a farne un fattore di successo. 

Il lavoro dal Sud può essere una di queste occasioni: se le infrastrutture del Sud dovessero effettivamente migliorare, delocalizzare e aprire filiali, magari investendo proprio in quei dipendenti che lavorano da lì, potrebbe costituire un ulteriore vantaggio competitivo. 

Sul piatto c’è il futuro delle imprese, del Sud e di tutto il Paese. 

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