Come spesso succede, la tendenza viene dagli Stati Uniti per poi affermarsi anche negli altri Paesi. E se la diffusione della tecnologia, che permette di lavorare ovunque, è stata la spinta iniziale, per dare il colpo d’assestamento ci è voluta la pandemia. ll risultato? Anche in Italia i lavoratori e le lavoratrici chiedono flessibilità lavorativa, e per i talenti questo è uno dei fattori chiave nella ricerca di un nuovo lavoro.
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Saperne di piùDagli USA all’Italia
Il ritorno in ufficio o nei posti di lavoro sta aumentando, ma lo smart working non sembra avere intenzione di andarsene. Nel mercato americano(1), l’interesse di chi cerca un lavoro da remoto, infatti, continua a essere elevato, con la quota complessiva di ricerche di questo tipo di lavori, su Indeed, ancora ben al di sopra dei livelli pre-pandemia. Chi vuole cambiare occupazione, in particolare le donne, cita spesso come motivo il desiderio di poter lavorare a distanza.
E a interessarsi al lavoro da remoto sono sempre di più i profili altamente qualificati. La tecnologia ha fatto sì che i migliori talenti perdessero interesse nel modello lavorativo tradizionale con orario fisso e la necessità di presenziare in ufficio. Una tendenza che ha visto l’Italia in ritardo, ma che è scoppiata anche da noi con l’avvento della pandemia.
Come abbiamo visto in questo articolo sul fenomeno delle Grandi dimissioni, i dipendenti italiani vogliono sempre più autonomia e flessibilità lavorativa: ciò significa decidere orari, luoghi di lavoro e come raggiungere gli obiettivi, con una maggior attenzione all’equilibrio vita-lavoro.
Vantaggi e resistenze
La flessibilità nel lavoro può portare vantaggi ai dipendenti, ma anche all’impresa, che può contare su collaboratori più appagati, che si sentono ascoltati, responsabilizzati e degni di fiducia. In questo modo saranno più legati al luogo di lavoro e più produttivi, e diventeranno i migliori ambasciatori dell’azienda, aumentandone l’employer branding e quindi il grado di attrazione per clienti e nuovi potenziali talenti. Per fare questo, però, devi concedere loro spazio e fiducia. E in ciò pare che i leader italiani facciano ancora un po’ di fatica.
Secondo il Randstad Workmonitor, in Italia la libertà di scelta relativa a dove e quando lavorare delude per il 30% le aspettative dei lavoratori. Tra tempo e spazio, pare contare più il primo: l’83% preferisce orari di lavoro flessibili, mentre il 70% vorrebbe decidere in autonomia dove lavorare. Tuttavia, sola metà delle imprese italiane concede un orario flessibile, mentre il 40% libertà di scelta del luogo. Insomma, il cammino dello smart working e del lavoro agile pare essere ancora lungo, tanto che il 27% del campione ha dichiarato di aver già abbandonato un posto di lavoro troppo poco flessibile. In particolare, sono i giovani quelli che non accettano più compromessi: la metà (49%) di chi cambia ha tra i 18 e i 24 anni.
Infine, quasi un intervistato su tre (31%) vorrebbe una settimana di lavoro da 4 giorni e non sorprende che a chiederlo siano soprattutto le donne (39%), con un carico extra lavorativo e familiare spesso più elevato rispetto agli uomini, favorevoli alla settimana breve per solo un quarto del campione (24%).
La settimana corta: esperimenti di successo
“Il venerdì non si lavora più” titola un articolo de La Repubblica dedicato alla sperimentazione nel Regno Unito della settimana corta, cioè di quattro giorni. Una sperimentazione di successo condotta dall’Università di Cambridge, da quella di Oxford e dal Boston College, a cui hanno partecipato 70 aziende. Secondo anticipazioni del Financial Times, la riduzione dei giorni di lavoro assicurerebbe benefici sia per la produttività che per il benessere dei dipendenti, e questo non sarebbe il primo studio a confermarlo. Tanto che anche in Italia gli esperimenti si stanno diffondendo, nelle piccole come nelle grandi imprese.
Tra queste, il gruppo Lavazza, che ha modificato il contratto integrativo di circa mille dipendenti della sede direzionale: entra in vigore il venerdì breve e lo smart working viene allargato, ma vengono anche adottate altre misure di welfare aziendale, che vanno da permessi per accompagnare i familiari alle visite mediche a congedi parentali e persino permessi per gli animali domestici.
Settimana di quattro giorni con estensione a 9 ore di lavoro a parità di stipendio, invece, per i dipendenti di Intesa Sanpaolo e, ancora, fino a quattro mesi di smart working su base volontaria e buono pasto giornaliero di 3 euro per chi lavora da casa. Il gruppo, che è il datore di lavoro privato con più dipendenti in Italia (74 mila), reagisce così ai cambiamenti e alle richieste sempre più urgenti dei lavoratori, anche se le misure non sono state approvate e ritenute sufficienti dai sindacati. Questi ultimi chiedevano, tra le altre cose, l’estensione dello smart working e della settimana di quattro giorni anche a tutti i lavoratori delle filiali, così come un buono pasto intero per le giornate da casa e indennizzi per spese energetiche e Internet.
Orario flessibile: la normativa
La normativa di riferimento per lo smart working è disciplinata dalla legge 22 maggio 2017, n. 81 (articoli 18-24), poi modificata dalla legge 4 agosto 2022, n. 122.
Dal 1° settembre 2022 fino al 1° gennaio 2023, il datore deve inviare per via telematica al Ministero del Lavoro i nomi dei lavoratori, con relativa data di inizio e fine della prestazione di tipo agile, come indicato dal Decreto n. 149 del 22 agosto 2022.
È contemplata anche la possibilità di estendere lo smart working oltre fine anno e allo studio ci sono nuove misure rispetto a una modalità lavorativa, come abbiamo visto, che ha carattere di interesse nazionale e che va necessariamente regolamentata, a tutti i livelli, a partire da quello dell’impresa.
Una sfida da cogliere
Tra le profonde modifiche in atto nel mondo del lavoro, la richiesta di maggiore flessibilità rappresenta il minimo comune denominatore. I lavoratori italiani, allineati a quelli degli altri Paesi, chiedono di poter scegliere in autonomia dove, come e quanto lavorare: il paradigma dell’orario e del luogo fisso sembra vacillare sempre di più e ai vertici dell’azienda viene chiesta elasticità prima di tutto di pensiero.
Lavorare a distanza, senza più poter contare sulla presenza e il controllo diretto sui collaboratori, può essere destabilizzante. Ma i talenti e gli alti profili hanno già assimilato il cambiamento e la produttività non sembra uscirne intaccata, anzi. Ora tocca a leader come te cogliere al meglio questa nuova sfida.
(1) https://www.hiringlab.org/2022/06/16/remote-work-update-2022/
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