Il termine Grandi dimissioni, in inglese Great Resignation, è stato coniato per indicare la tendenza economica dei dipendenti a dimettersi in massa dai propri posti di lavoro in seguito alla pandemia di Covid-19. Partito dagli Stati Uniti, il fenomeno, detto anche “Big quit”, si è diffuso a macchia d'olio e ha raggiunto anche l’Italia. Ma c’è chi parla già di pentimento e nuove tendenze collegate alle Grandi dimissioni. Nel grande sconvolgimento che sta rivoluzionando il mercato del lavoro, c'è di certo la necessità di un ripensamento dei modelli organizzativi da parte delle aziende, grandi e piccole, a partire dai vertici.
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Saperne di piùPerché si lascia il posto fisso?
C'era una volta il posto fisso, punto di riferimento per intere generazioni di italiani. Due anni di pandemia sembrano aver spazzato via anche questa certezza o, per lo meno, averla incrinata. Ma quali sono le motivazioni che hanno portato a questo cambiamento di portata sociologica, oltre che economica?
Da una ricerca dell’Osservatorio HR Innovation Practice del Politecnico di Milano emerge che chi cambia lavoro lo fa principalmente per cercare benefici economici (46%), per trovare nuove opportunità di carriera (35%), per una maggiore salute fisica o mentale (24%), per inseguire le proprie passioni (18%) o per una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro (18%).
Alcuni hanno letto questi numeri come una risposta ai mesi di pandemia, che ci hanno costretti in casa a riflettere su tutto, a partire dalla possibilità di dividere lavoro e vita privata. Altri, invece, teorizzano un mutamento sostanziale e ormai inarrestabile dei paradigmi lavorativi.
Comunque sia, non si può trascurare quello che sembra il segnale di un malessere diffuso, soprattutto tra i giovani: dall'inizio della pandemia, secondo La Repubblica, il numero degli under 40 che ha deciso di licenziarsi è aumentato del 26%.
I millennial e la Generazione Z sarebbero più attenti al benessere personale e all’equilibrio tra il tempo dedicato al lavoro e quello riservato alla vita privata. Tanto che sono stati definiti anche “Generazione Yolo”, da “You only live once” ("si vive una volta sola"). L’aspetto economico, sebbene ancora centrale, diventa subordinato alla salute psico-fisica, con particolare attenzione a quella mentale, aspetto anche questo portato alla luce con grande evidenza dalla pandemia.
Big Quit Italia
Se nel 2021, come riporta il Sole 24 ore, si sono registrati quasi due milioni di dimissioni volontarie, in aumento del 33% rispetto al 2020 e del 12% rispetto al 2019, secondo l’Osservatorio sul precariato dell’Inps nei primi sei mesi del 2022 sono già un milione i lavoratori che si sono dimessi, il 31,73% in più rispetto allo stesso periodo del 2021.
E ancora, secondo l’Aidp, l’Associazione italiana direzione personale, le dimissioni volontarie interessano il 60% delle aziende e coinvolgono principalmente le aree dell’informatica e del digitale, la produzione, e il marketing e le vendite. A scegliere di cambiare lavoro sono soprattutto le persone fra i 26 e i 35 anni (il 70% del campione) e per lo più impiegate in aziende del Nord Italia.
Differenza tra Great Resignation e Quiet Quitting
Tra gli estremi del mandare tutto all'aria e accettare qualsiasi condizione, c’è un’altra tendenza che sta prendendo piede: il Quiet Quitting, le “dimissioni silenziose”. Il termine indica la rinuncia all’impegno massimo sul posto di lavoro e un distacco mentale ed emotivo dall’attività quotidiana: in altre parole, la scelta consapevole di fare il cosiddetto "minimo sindacale". Il Quiet Quitting non è mancanza di voglia di lavorare, ma è voglia di farlo in modo più responsabile e autonomo, in un ambiente che valuta le capacità dei singoli e ripone fiducia in loro.
Grandi dimissioni USA: gli americani si sono già pentiti?
Nel 2021 negli Stati Uniti si sono dimessi 25 milioni di dipendenti, ma secondo Forbes milioni di loro si sarebbero già pentiti.
Perché? Il 40% degli intervistati dice di essersi licenziato senza avere una soluzione alternativa e di avere riscontrato più difficoltà del previsto a trovare una nuova occupazione. Altri riferiscono che la ragione è dovuta alla nostalgia dei vecchi colleghi (22%), che il nuovo lavoro non è ciò che speravano (17%) o che il vecchio era migliore di quanto pensassero (16%). Qualcuno, semplicemente, non si trova bene nella nuova azienda (9%).
Cosa fare per evitare le Grandi dimissioni
Per prima cosa, va fatta un’analisi di chi effettivamente sta lasciando il lavoro, valutando fattori come età, posizione e anzianità, tra gli altri. Poi bisogna capire quali contromisure i top manager e i leader possono adottare per contrastare i rischi legati alla Great Resignation.
Una delle direttrici da seguire riguarda la formazione continua dei dipendenti, prestando particolare attenzione alle loro doti e predisposizioni.
Come abbiamo visto in questo articolo, inoltre, l’attenzione al tema della sostenibilità e l’impegno dell’azienda in chiave sociale sono ormai criteri di scelta altrettanto importanti, al pari della flessibilità (smart working, settimana corta) e della stabilità economica. Sono sempre più apprezzati fattori come i bonus legati agli obiettivi (di impresa e personali) o la trasparenza della comunicazione aziendale, mentre una leadership inclusiva, tesa a valorizzare le capacità e l'unicità dei collaboratori, può fare la differenza.
Il benessere del dipendente, insomma, non può che essere al primo posto nella lista delle priorità. Coinvolgere e far sentire la persona parte integrante dell’azienda, innanzi tutto ascoltandola e offrendole opportunità di crescita, è l’imperativo per attrarre e mantenere i talenti.
Una volta analizzati i dati e capite le cause delle dimissioni, si possono fare dei piani di retention mirati. L’azienda ha perso, ad esempio, soprattutto donne? Magari è il caso di lanciare un progetto di diversity & inclusion.
Negli Stati Uniti, alcune aziende hanno deciso di rispondere alle dimissioni di massa con due strategie: ricontattando chi se n’è andato, magari pentendosene, e creando una nuova figura professionale, le cui mansioni sono di ascoltare e supportare i lavoratori per creare un ambiente confortevole.
Cosa succederà dopo la Great Resignation?
“Siamo quindi di fronte a una rivoluzione epocale nel mondo del lavoro? In realtà non sembra”, scrivono Renato Brunetta, già Ministro per la Pubblica amministrazione, e Michele Tiraboschi, docente dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. “Il fenomeno delle dimissioni volontarie non è qualcosa di ascrivibile esclusivamente agli ultimi due anni, avendo registrato un tasso di crescita annuo in media dello 0,10 per cento già tra il 2009 e 2019, ma piuttosto la continuazione di una tendenza a lungo termine. Si tratta poi di dimissioni a fronte di transizioni occupazionali da un lavoro a un altro”.
Le radici di questa problematica, secondo i due docenti, andrebbero ricercate nelle “strutturali difficoltà di matching tra domanda e offerta nel nostro Paese, tra il sistema delle imprese e quello dell’istruzione e della formazione”.
Mentre si cerca di capire cosa resterà dell’approccio pre-pandemico e cosa invece è cambiato per sempre, quel che è certo e che i dati parlano di un’Italia (e un mercato) che, oggi più che mai, deve investire e reinventarsi, se vuole trattenere il suo capitale umano e non perdere la spinta verso il futuro. Una nuova sfida per i leader, oltre che per l’intero Paese.
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