Quest’anno, per la prima volta, alla cerimonia ufficiale della Festa della Repubblica presenzia, in qualità di Presidente del Consiglio, una donna, così come la leader del principale partito d’opposizione. Il 2 giugno del 1946, infatti, non fu soltanto il giorno in cui il popolo italiano fu chiamato a scegliere tra monarchia e Repubblica, ma anche la prima volta in cui poterono votare anche le donne. Da allora, il ruolo che le donne hanno all'interno della società è cambiato, portando a una sempre più necessaria parità di genere. Possiamo vedere questo cambiamento nel numero sempre crescente di donne manager, che occupano posizioni ai vertici delle imprese e svolgono mansioni di leadership e responsabilità.
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Saperne di piùSettore privato: sono le donne che trainano
Se nel mondo politico e pubblico le donne hanno raggiunto le più alte sfere, anche nel settore privato la tendenza degli ultimi anni è quella di una presenza femminile in costante crescita. E non solo. Secondo il rapporto Donne 2023 di Manageritalia, nel 2021, nell’aumento dei dirigenti privati a livello nazionale (+5,4%) ha pesato soprattutto la componente femminile (+13,5%): sarebbero le donne manager a trainare la crescita della dirigenza privata italiana. Questo sembra verificarsi in particolare nel settore terziario che, anche per il 2022, ha segnato +8,3% totale di dirigenti, dei quali +12% donne e +7,3% uomini.
Dati italiani
L'aumento delle donne in ruoli di responsabilità accomuna la gran parte delle regioni italiane: è la Sicilia quella con più donne ai vertici (26,9%), seguita da Lazio (26,5%), Calabria (25,1%), Molise (23,1%) e Lombardia (22,5%). Milano si conferma la provincia con più donne top manager (9.728), seguono Roma (4.926) e Torino (1.343). Mentre il sud vanta le maggiori percentuali di crescita, le prime dieci province per presenza femminile ai vertici restano comunque al nord.
Il settore terziario è, in generale, quello con una maggior presenza decisionale femminile: nella sanità e nell’assistenza sociale le dirigenti sono oltre la metà (50,8%) e raggiungono il 42,2% nel settore dell’istruzione.
Nel complesso, negli ultimi dodici anni, come riporta il Sole 24 ore, le manager italiane sono cresciute del 56% e occupano circa il 20% dei ruoli apicali.
La situazione in Europa
Sebbene il dato italiano delle donne manager sia in costante crescita, segna un netto ritardo rispetto a quello europeo. Secondo il rapporto, La vita delle donne e degli uomini in Europa. Un ritratto statistico, pubblicato da Istat ed Eurostat, nel 2019 nell’Unione europea erano circa un terzo (33%) del totale. A controllare le posizioni di potere nelle imprese sono ancora soprattutto gli uomini e in nessuno Stato la percentuale femminile supera il 50%, sebbene in alcuni Paesi dell’Est lo sfiori: in Lettonia (46%), in Polonia (43%) e in Svezia e Slovenia (40%).
In fondo alla classifica europea - con l’Italia - Cipro (21%), Lussemburgo, Croazia, Paesi Bassi (26%), Repubblica Ceca e Danimarca (tutti al 27%).
Il gender pay gap
Se i cambiamenti avvenuti dopo il Covid-19 hanno evidenziato la necessità per tutte e tutti di coniugare meglio vita professionale e privata, e come nel work-life balance l'equilibrio renda di più del superlavoro, c’è ancora molto da fare in in termini di parità sul lavoro, dove le donne continuano a essere svantaggiate.
Le donne manager, infatti, non sono soltanto di meno, ma continuano a guadagnare in misura inferiore rispetto ai colleghi maschi.
Secondo un report dell’Istat del 2021, il differenziale retributivo di genere in Italia è maggiore tra i dirigenti (27,3%) e i laureati (18%). In generale, il cosiddetto gender pay gap è del 6,2%: 17,7% nel settore privato e 2% nel pubblico. Se guardiamo alle aziende quotate, dove le amministratrici delegate occupano solo il 5% del totale, il pay gap è addirittura del 94,5% per la presidenza del Consiglio di Amministrazione, il 27% per il ruolo di amministratore delegato e il 17,1% per i ruoli non esecutivi.
Oltre la diffidenza e la differenza
Luisa Quarta, dirigente di una multinazionale del settore finanziario e coordinatrice Gruppo donne di Manageritalia Lombardia, in un’intervista al Corriere della sera alla domanda perché continui a esistere un gender gap lavorativo e retributivo ha risposto: "Perché c’è una questione molto precisa che si chiama maternità e che le aziende continuano a vivere come un passaggio pericoloso per la propria organizzazione".
Una questione che in Italia, anche nel 77° anniversario della Festa della Repubblica e del primo voto alle donne, suona ancora come un tabù: "sebbene - continua Quarta - ormai sono tante le aziende che ci hanno raccontato che è possibile superare le difficoltà della fase della maternità". C'è da dire che si tratta soprattutto di multinazionali, in un panorama come quello italiano fatto soprattutto di piccole e medie imprese.
Ancora una volta si tratta di avere a che fare con la cultura del Paese e con quella aziendale, e di sapere guardare avanti. Ecco perché un leader come te dovrebbe comprendere e mostrare concretamente che la diffidenza verso le donne, specie nei ruoli apicali, va definitivamente superata, così come le differenze di trattamento e di salario.L'equità e l'inclusione apportano sempre benefici alla tua impresa, permettendoti di creare un pool di talenti il più ampio e mirato possibile.
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