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Come la settimana lavorativa corta può conciliare benessere e produttività: alcuni business case

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Tempo di lettura: 7 min

“Se il progresso ci rende sempre più rapidi ed efficienti, perché continuiamo a lavorare lo stesso numero di ore di cinquant’anni fa?”. Le tante persone che almeno una volta nella vita si sono posti questa domanda oggi trovano una risposta nella settimana lavorativa corta, che si sta diffondendo in tutto il mondo. Una pratica che contribuisce al benessere dei dipendenti ma da cui anche le aziende possono trarre beneficio.

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Alcune categorie e i profili qualificati cercano flessibilità e benessere…

Il dibattito, le sperimentazioni e le prime messe a regime della settimana corta lavorativa si inquadrano nelle più ampie tematiche della flessibilità e del benessere lavorativo. Il lavoro ibrido, almeno negli Stati Uniti, è diventato il new normal, e, sempre negli USA, la quota complessiva di ricerche di lavori da remoto, su Indeed, resta ben al di sopra dei livelli pre-pandemia. Chi vuole cambiare occupazione cita spesso come motivo proprio il desiderio di lavorare a distanza. Inoltre, a interessarsi al lavoro da remoto sono sempre di più i profili altamente qualificati.

…ma in Italia non tutti ne hanno preso atto

Anche in Italia i dipendenti vogliono sempre più autonomia e flessibilità lavorativa rispetto a orari, luoghi di lavoro e modalità di raggiungimento degli obiettivi, riservando un’attenzione particolare all’equilibrio vita-lavoro. Benché anche le aziende traggano vantaggio da dipendenti sereni e soddisfatti, i datori di lavoro italiani sembrano fare ancora un po’ di fatica ad accettare questo nuovo paradigma.

Il Randstad Workmonitor informa che in Italia la libertà di scelta relativa a dove e quando lavorare delude per il 30% le aspettative dei lavoratori. Soltanto metà delle imprese italiane concede un orario flessibile, mentre il 40% lascia libertà di scelta del luogo di lavoro. Il 27% del campione ha già abbandonato un posto di lavoro troppo poco flessibile, e a cambiare sono soprattutto i più giovani.  

Settimana di lavoro corta: un passaggio culturale

Alla base di tutto c’è, o dovrebbe esserci, un cambiamento culturale fondamentale: la valutazione del rendimento dei lavoratori non si basa più sul tempo impiegato per portare a termine un’attività e sulla presenza in un luogo di lavoro definito, ma semplicemente sui risultati ottenuti. E se il tabù della presenza sta gradualmente crollando sotto i colpi della diffusione dello smart working (anche se si deve percorrere ancora molta strada, soprattutto per superare il bias di prossimità), sul fronte del tempo è proprio la settimana di lavoro corta il principale terreno di sperimentazione di questo nuovo approccio.  

Nella già citata rilevazione del Randstad Workmonitor, il 31% degli intervistati ha dichiarato di volere una settimana di lavoro di 4 giorni. A chiederlo sono soprattutto le donne (39%), mentre solo il 24% degli uomini è favorevole alla settimana corta.

Risultati e compensi restano invariati 

L’ipotesi alla base della settimana corta lavorativa è semplice: è possibile ottenere gli stessi obiettivi, e quindi mantenere gli stessi compensi, lavorando un giorno in meno a settimana. Come? Da un lato ottimizzando l’organizzazione lavorativa in modo da ridurre gli sprechi di tempo, dall’altro potendo contare su dei dipendenti che, con un giorno libero in più, nei quattro giorni lavorativi saranno più motivati e concentrati.

Gli esperimenti di riduzione degli orari o delle giornate lavorative stanno dimostrando che meno ore lavorate non significano meno produttività, e contribuiscono invece a un netto miglioramento del work-life balance. E l’equilibrio produce più del superlavoro, considerando anche che spesso all’eccessivo carico lavorativo si legano stress, esaurimento o addirittura sindrome da stress post traumatico (la stessa sviluppata dai veterani di guerra).

Un programma pilota

In un programma pilota svoltosi nella seconda metà del 2022 e sostenuto dalla 4 Day Week Campaign, in collaborazione con il think tank Autonomy e ricercatori dell’Università di Cambridge, Oxford e Boston College, più di 60 aziende del Regno Unito hanno provato una settimana lavorativa di quattro giorni.

  • Il 39% dei lavoratori ha dichiarato di essere meno stressato
  • Il 71% dei dipendenti ha segnalato livelli più bassi di burnout
  • Circa il 40% ha riferito di aver dormito meglio
  • Il 54% ha affermato che era più facile conciliare lavoro e responsabilità domestiche.

Ma le buone notizie hanno riguardato anche le aziende.

  • Nella maggior parte dei casi i livelli di produttività e le entrate aziendali sono rimasti costanti
  • Il numero di giorni di malattia utilizzati è diminuito del 65%
  • Si è dimesso il 57% in meno di lavoratori rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente
  • Delle aziende partecipanti, il 92% ha deciso di portare avanti la settimana lavorativa di quattro giorni dopo il progetto pilota
  • Fra chi ha proseguito con la settimana corta dopo la fine del progetto pilota, il 18% lo ha reso un impegno permanente
  • Circa il 15% dei dipendenti ha affermato che nessuna somma di denaro li convincerebbe a tornare alla settimana lavorativa di cinque giorni.

In UK aumentano le offerte di lavoro con settimana corta

Secondo i dati di Indeed, il numero di offerte di lavoro nel Regno Unito che menzionano una settimana lavorativa di quattro giorni è leggermente aumentato: l’ultima cifra è dello 0,9%, rispetto a meno dello 0,3% nel 2018. “È meno dell’1%, ma è una tendenza al rialzo”, afferma Jack Kennedy, economista dell’Indeed Hiring Lab specializzato nel mercato di Regno Unito e Irlanda. “Non si tratta esclusivamente di professionisti impiegati in ufficio. Lo stiamo vedendo anche in alcune categorie sanitarie, nel settore manifatturiero e in altri servizi alla persona”.

L’esperienza di Kickstarter…

Fra le aziende coinvolte nella sperimentazione nel Regno Unito figura anche Kickstarter, il colosso del crowdfunding. La settimana lavorativa di quattro giorni ha migliorato i suoi livelli di fidelizzazione, consentendole di tenere insieme i suoi migliori dipendenti e team ed evitare i costi derivanti dalla perdita di dipendenti e dalla conseguente necessità di formazione dei nuovi arrivati. “Ha avuto un impatto sensazionale sulla nostra efficienza”, ha detto Jon Leland, Chief Strategy Officer and Head of Sustainability di Kickstarter. “In un momento in cui molte aziende tecnologiche stanno ridimensionando il proprio organico, noi continuiamo ad assumere”.

Oggi la settimana lavorativa di quattro giorni di Kickstarter è ufficiale, ma ciò non significa che sia scolpita nella pietra o che la produttività sia diminuita. “Sappiamo anche che dobbiamo portare a termine il lavoro”, ha detto Leland. “In tempi di crisi, il lavoro può estendersi a sei o sette giorni. Semplicemente, non pensiamo che debba essere la norma. Con una leadership chiara e migliori pratiche organizzative e di riunione, di solito possiamo portare a termine ciò di cui abbiamo bisogno in 32 ore”.

…e quelle di Lavazza e Intesa Sanpaolo 

Anche in Italia alcune importanti aziende hanno introdotto la settimana di lavoro corta. Tra queste, il gruppo Lavazza, che ha modificato il contratto integrativo di circa mille dipendenti della sede direzionale, introducendo il venerdì breve e allargando lo smart working, e completando questi provvedimenti con altre misure di welfare aziendale, come i permessi per accompagnare i familiari alle visite mediche, i congedi parentali e persino i permessi per gli animali domestici.

Intesa Sanpaolo, invece, ha dato ai dipendenti delle strutture di governance e delle filiali di grandi dimensioni la possibilità di lavorare nove ore al giorno per quattro giorni a settimana a parità di stipendio. Ha aderito il 70% degli aventi diritto. Altri elementi del nuovo modello organizzativo sono 120 giorni di smart working l’anno e la flessibilità dell’orario d’ingresso.  

Un importante elemento di differenziazione

Non è detto che la settimana corta di lavoro sia sempre applicabile o una buona idea: per ogni azienda e per ogni circostanza bisognerà trovare la soluzione ottimale. Però, in linea generale, la settimana lavorativa corta rende i dipendenti più soddisfatti, responsabilizzati e motivati. Il beneficio per l’azienda non sta solo nella loro maggiore produttività ma anche nel ruolo di ambasciatori che i dipendenti potranno svolgere nei confronti di nuovi e potenziali talenti, aumentando così l’employer branding e la capacità attrattiva dell’azienda.  

I dati, compresi quelli di Indeed, suggeriscono che la tendenza continuerà a essere un importante elemento di differenziazione nel mercato dei talenti. “Certamente lo vedo come un fenomeno in crescita”, ha affermato Jack Kennedy. “Si tratta di capire quando raggiungerà la massa critica e diventerà mainstream. Potrebbe accadere entro i prossimi 5-10 anni”.

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